Riflessioni di Elena Loewenthal sulla giornata della memoria

Ricavo dal pamphlet di Elena Loewenthal intitolato Contro il giorno della memoria (add editore, Torino, 2014) le seguenti osservazioni, volte a sostenere l’importanza della ripetizione rituale di un gesto simbolico di condivisione “da autocoscienza dell’Europa e dell’Italia”, contro l’organizzazione di ‘eventi’ riguardanti una “storia altrui”. Segue testimonianza filmata di Yom HaShoah celebrata nel 2014 a Tel Aviv.

In Israele c’è uno Yom haZikkaron (‘giorno della memoria’), dedicato ai caduti di guerra, e uno Yom haShoah (‘giorno della Shoah’): “Un minuto di sirene che suonano in tutto il Paese contemporaneamente, a mezzogiorno. E tutto che si ferma ad ascoltare: gli automobilisti che spengono i motori e scendono dalla macchina, gli impiegati e gli studenti che si alzano in piedi […]. Questa è la celebrazione della Shoah. Ovviamente in Israele si parla, si scrive di questo. Conferenze, pubblicazioni e libri vari, centri di studio – primo fra tutti quello che ha sede allo Yad Vashem, la collina di Gerusalemme con la foresta dei Giusti, il museo e l’immenso archivio sulla Shoah.[…] Lo scopo stesso dello Yad Vashem, il motivo per cui esso è nato, è quello di ridare un nome a tutte le vittime. Una per una. Il nome è il destino, la persona, la traccia che si lascia su questa terra. […] L’archivio dello Yad Vashem raccoglie i nomi con l’obiettivo di recuperarli. Con ogni probabilità, si tratta di un’impresa impossibile. Ma la rammemorazione della Shoah è fatta in Israele sostanzialmente di questo: l’impegno a ritrovare i nomi di tutti. Non la commemorazione autoreferenziale, concepita cioè per i posteri, bensì la restituzione a ciascuno dell’unica cosa che si possa riavere, dopo la morte: il nome. Gli ebrei non hanno necessità che qualcuno dica loro di ricordare, perché quella storia ce l’hanno scritta addosso. Certamente ricordano, ma per riflesso condizionato. La memoria come istruzione sociale e civile, per lo meno quella memoria, qui non ha alcun senso.[…] Ma veniamo ora alla GdM così come si configura e istituzionalizza in Italia. […] La scelta di questa data per incastonarvi il GdM segue una logica importante. Essa cade infatti nel giorno in cui il resto del mondo – impersonato in quel momento dai soldati dell’Armata Russa alleata che per caso capitarono davanti ai cancelli di Auschwitz – si trovò per la prima volta davanti agli occhi la macchina dello sterminio. […] Il 27 gennaio è stato scelto proprio per questo: perché è la data in cui per la prima volta si vide, si seppe. […]” L’autrice riprende la distinzione tra tempo lineare (“ogni punto della linea è diverso dall’altro, ogni momento imprevedibile: potrebbe essere del tutto nuovo, potrebbe assomigliare a qualcosa che è già stato. Non siamo in grado di saperlo, prima) e tempo circolare (“Le stagioni, i giorni del calendario, le ri-correnze che lo segnano. Dentro il tempo ciclico, le cose ritornano. Gli eventi ricorrono sempre uguali, al momento atteso”). In particolare, “Nel calendario religioso e nazionale, feste e celebrazioni si ripetono. Sono segnate certamente anche dallo scorrere del tempo lineare, ma non più di tanto: sono tali in quanto ripetute. Non si sente il bisogno di cambiarle. A Natale ci si scambiano regali. Per la festa della donna si mostrano mimose. Si celebra, ci si sente parte di una comunità nel celebrare. Non c’è istanza di particolare novità, di variare il programma. Il tempo circolare è fatto apposta per dare la sicurezza della ripetizione, la certezza che le cose saranno così come ce le aspettiamo. […] Tutto questo si riassume in fondo nella parola «rituale». Il rito è sempre collettivo, chiama in causa non l’individuo ma una comunità – grande o piccola che sia. Si fonda sulla ripetizione […] La sua ripetizione non è di per sé una cifra negativa, anzi. […] il fatto di sapere a priori come andrà una certa cosa non significa che essa risulti superflua. La sua sostanza può invece sublimarsi proprio nel fatto di tornare uguale a se stessa. Così è, per l’appunto, nelle celebrazioni di ogni calendario. La ripetizione è insomma un meccanismo essenziale, tanto per l’individuo quanto per la collettività. Eppure il GdM è vissuto in una condizione ambigua, contradditoria. Da una parte c’è la coscienza di ripetere un evento immutabile, sempre uguale a se stesso se non altro per il fatto che è già accaduto. Questo è ovvio. È una cosa imprescindibile, che vale per ogni celebrazione, anzi è ciò che giustifica la celebrazione. Dall’altra, c’è l’ansia costante di dare un assetto ‘nuovo’, una forma ‘inedita’ alla celebrazione. La nuova testimonianza, il nuovo spettacolo teatrale. […] Sarà perché l’intento educativo – in senso lato, non strettamente scolastico – è una priorità del GdM, e oggi come oggi i modelli educativi si sentono in dovere di ingegnarsi per non essere tradizionali […] Incombe lo spettro della noia, ma fors’anche il timore che questa storia possa destare scetticismo invece di orrore, ostilità invece di compassione. In tal caso, la ricorrenza non solo non raggiunge lo scopo ma fa ben di peggio: ne ottiene un altro. È come se non bastasse ripetere le cose per quello che erano. […] La ricorrenza di per sé non basta. Il che, come si è visto, è una contraddizione in termini. Per di più, genera un altro fenomeno, ormai strettamente correlato al GdM: la ridondanza. L’effetto collaterale dello sforzo di non ripetere sempre le stesse cose è, paradossalmente, che se ne fanno troppe. Che si genera un eccesso, di manifestazioni, letture, eventi, incontri, parole, gesti, immagini. Difficile fare delle previsioni, su questo fenomeno: ouò darsi che nel giro di qualche anno tale ipertrofia di eventi si assorba. Certo è che di anno in anno la cosa si ripete.[…] È come una pulsione, il senso di un dovere da compiere, obbedendo alla quantità. […] Perché si sente il bisogno da una parte di sfuggire alla monotonia e dall’altra di sovrabbondare, come antidoto alla monotonia? Perché c’è un equivoco di fondo, sul GdM. Che non è sentito tanto come una ricorrenza intrinseca al calendario civile, come un evento entrato nella comune percezione del tempo laico, con i suoi rituali e le sue commemorazioni, quanto una sorta di “Intrusione” dall’esterno. Come un qualcosa di altro, di altrui, che abbiamo adottato in nome di alcuni princìpi […]Perché nel GdM, più che celebrare si vuol dimostrare. Far vedere che la ricorrenza lascia un segno, che non c’è oblio […] Non è dunque, a ben pensarci, solo un impulso educativo quello che ha fatto del GdM il contenitore di una pletora di eventi. C’è anche l’idea che il GdM sia rivolto a qualcuno e a qualcosa d’altro, non a se stessi. Non all’Italia, ai cittadini in generale, agli studenti, all’opinione pubblica. […] è diventato […] una specie di (postumo) atto di omaggio agli ebrei sterminati. Una ricorrenza non introspettiva, bensì transitiva. […] Visto che siete morti così in tanti, vi celebriamo. Vi ricordiamo. Benissimo (si fa per dire). Ma che c’entra , con il GdM? […] l’idea di rendere omaggio agli ebrei nel GdM è sbagliata. Lo è profondamente. È la conseguenza di quella più o meno (più meno che più) consapevole dismissione del GdM, che da giornata di autocoscienza dell’Europa e dell’Italia si è ben presto trasformata in un’occasione di divulgazione di una storia altrui. Quella ebraica. […] È uno snaturamento sostanziale, e anche rischioso, della ricorrenza. […] Ma c’è dell’altro. Perché a rimorchio dell’omaggio, del principio di dedicare agli ebrei lo spazio aperto nel calendario da questa ricorrenza, c’è anche l’idea, l’ipotesi, la vaga convinzione che l’omaggio sia anche una forma di risarcimento. Tardivo e impari, ma di buona volontà.[…] Ma il GdM non è né deve essere nulla di tutto questo. Anzi. Lo scopo della ricorrenza era quello di appropriarsi dell’evento, di sentirlo come qualcosa di appartenente alla propria storia, non certo quello rendere l’evento un meccanismo di contrappasso, porgendo la mano agli ebrei. Una mano con qualcosa di simbolico sopra. È essenziale, a questo proposito, tenere davanti agli occhi l’immagine dei cancelli di Auschwitz, quel 27 gennaio del 1945. E gli occhi dei soldati russi. Perché quella storia è di tutti fuorché degli ebrei. Dell’Europa che ha prodotto e assistito ai rastrellamenti, alle deportazioni, alle camere a gas, alle fucilazioni di massa. Prima ancora, agli esperimenti medici. Agli assassini di massa di malati di mente e handicappati. Alle leggi razziali, giusto per restare in Italia […]. Elena Loewenthal, Contro il giorno della memoria, add editore, Torino, 2014

Blasfemia, diritti e libertà

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Un anno dopo la strage, la copertina di Charlie Hebdo mostra l’immagine del carnefice: è Dio con il mitra in spalla, che ancora fugge con l’abito insanguinato. Questa è un’immagine blasfema? E, se blasfema, è illecita? Sicuramente aiuta ad avere gli strumenti per deciderlo un bel libro curato da Alberto Melloni, Francesca Cadeddu e Federica Meloni, Blasfemia, diritti e libertà, fresco di stampa per il Mulino. È un confronto tra storici, teologi, filosofi e giuristi sul tema della parola che offende il sacro: si va dall’evoluzione del concetto di blasfemia, al racconto di episodi di vilipendi storici – con qualche esempio in forma di immagine – e di persecuzioni, fino al tentativo di definire i limiti dell’intervento statale nella punizione. Il volume mantiene quel che Melloni promette nell’introduzione, ovvero «fornire […]conoscenze giuridiche, politiche, storiche e teologiche che servano a comprendere e giudicare fatti, atti, ragioni, sfondi – incluso quello ambivalente della “blasfemia”».

Dai saggi non emerge una risposta univoca, anzi le posizioni sono diverse e a volte in contrasto tra loro. Ciò non ci pare discendere soltanto dalle credenze personali ma anche dalle differenti prospettive delle scienze di cui gli autori sono esponenti. Gli studiosi della società – antica o contemporanea – hanno un’ottica che consente di affermare l’inopportunità e financo la pericolosità di alcune espressioni oltraggiose, specie in alcuni passaggi storici o in contesti culturalmente non omogenei, con diversi gradi di tolleranza all’irrisione. Il giurista, invece, lo evidenzia bene Giancarlo Bosetti, sembra avere una via maestra: quella di riconoscere che il diritto a non essere offesi nei propri sentimenti religiosi debba passare attraverso una porta stretta. Il poco spazio che gli ordinamenti liberali possono riservare ai reati a presidio delle fedi deriva dalla constatazione che le religioni sono anche dei poteri che condizionano la vita pubblica. E come ogni altro potere, esse meritano, con le parole di Rushdie citate da Mauro Gatti, «le critiche, la satira e tutta la nostra impavida irriverenza».

Del resto, in una società laica, le convinzioni religiose non hanno maggiore dignità e valore rispetto a quelle filosofiche, politiche o di altro genere. E quindi, come nessuno può invocare la forza dello Stato per offese a una propria qualunque ideologia, analogamente, in una società davvero aperta, i fedeli non hanno strumenti giuridici per opporsi alla critica, anche feroce o irrisoria, alle religioni, soprattutto quando queste non si curano solo d’anime.

A conferma di ciò, non è certo un caso che in Europa negli ultimi decenni le leggi che puniscono la blasfemia siano sempre meno e sempre meno applicate. E pure negli Stati Uniti, ove nel Primo Emendamento sono incise una accanto all’altra la neutralità nei confronti delle religioni e la libertà di parola, già negli anni ’50 la Corte Suprema ha stabilito che «lo Stato non ha alcun legittimo interesse a proteggere una qualsiasi religione, o tutte le religioni da espressioni a loro sgradite», come ricorda ancora Gatti.

La violenza contro Charlie ha mutato il clima e ha fatto sostenere a taluno, forse per un principio di prudenza, che vietare l’offesa alla religione fosse una buona soluzione. Al contrario, grazie anche alla lettura del libro, a noi piace ancora un legislatore che rinuncia a usare lo strumento penale contro il blasfemo, invece di cercargli «l’anima a forza di botte», come nella Spoon River di De Andrè.

Il Sole 24 Ore, «Domenica», 10 gennaio 2016

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La curiosità salverà il mondo

di Edoardo Boncinelli

”Si sente spesso dire «Questo ci salverà», «Solo quello ci può salvare» (anche se non ho mai capito bene da che); ma se c’è una cosa che certamente ci può salvare — non importa da cosa — questa è la curiosità, cioè il desiderio di conoscere realtà nuove e diverse. Tutti gli animali superiori sono curiosi, ma limitatamente alla loro età giovanile; poi la curiosità a poco a poco svanisce. Poiché noi uomini rimaniamo «cuccioli» per una quantità di tempo inusitata, ci comportiamo come gli esseri più curiosi del globo. Le neuroscienze ci dicono che la curiosità ha la stessa natura di un bisogno o di uno stato di astinenza e il suo soddisfacimento ci procura la gioia di un autentico attingimento, portando dopamina alla corteccia cerebrale, come se avessimo mangiato, bevuto o fatto sesso. Le espressioni pratiche più tangibili di tale curiosità sono rappresentate dalle esplorazioni geografiche e dalla scienza. Dopo aver faticosamente raggiunto la sua Itaca — «Quando ti metterai in viaggio per Itaca/ devi augurarti che la strada sia lunga,/ fertile in avventure e in esperienze», dice il poeta greco Costantino Kavafis — Ulisse si rimette in mare con i suoi vecchi compagni alla volta delle colonne d’Ercole e a sentire Dante dice a quelli: «Non vogliate negar l’esperienza,/ di retro al sol, del mondo sanza gente».
Per quanto riguarda la scienza di oggi, si sogliono distinguere due tipi principali di ricerca, quella applicata e quella di base, che in inglese viene definita curiosity driven , cioè guidata dalla curiosità, per sottolinearne il carattere di esplorazione non guidata da niente altro che dal desiderio di soddisfare appunto la nostra curiosità. Senza curiosità lo scienziato non si può proprio fare, o verrebbe fatto in maniera fiacca e senza entusiasmo. L’entusiasmo è in effetti spesso il compagno effervescente della curiosità. La curiosità è un istinto esplorativo che ci spinge a cercare cose nuove nei più diversi campi e ambiti, fino al punto di esplorare le profondità del cosmo o i recessi più reconditi della materia, nonché i segreti della nostra mente o le segrete del nostro cuore.
Dalle particelle subatomiche alle galassie più anziane, o alle stelle ancora in formazione, niente è sfuggito alla nostra curiosità. E facciamo di tutto anche per sapere se nell’universo ci sono altre forme di vita, intelligente o vegetativa. Senza pensare che abbiamo certamente vita intelligente su questo pianeta, e che può valere la pena conoscerla. Come succedeva in passato, quando le navi solcavano in lungo e in largo le acque del Mediterraneo e con i loro continui scambi di cose e d’idee, coraggiosi viaggiatori gettavano le fondamenta della nostra stessa civiltà. Quando partirai alla volta di Itaca, dice sempre Kavafis, «devi augurarti che la strada sia lunga./ Che i mattini d’estate siano tanti/ quando nei porti — finalmente e con che gioia —/ toccherai terra tu per la prima volta:/ negli empori fenici indugia e acquista/ madreperle coralli ebano e ambre/ tutta merce fina, anche profumi/ penetranti d’ogni sorta;/ più profumi inebrianti che puoi,/ va in molte città egizie/ impara una quantità di cose dai dotti».
Tale spirito ha accompagnato per anni il cammino dell’uomo e il suo continuo andare e venire per le vie delle spezie o della seta per terra e anche, avventurosamente, per mare. La parola Cina, o China, e le favolose Indie suscitavano negli europei curiosità e incanto, e fino all’inizio del Novecento il desiderio di conoscere costumi e usanze esotiche di altri popoli, da parte di viaggiatori che già si sentivano un po’ annoiati del loro mondo e del loro modo di vedere le cose. Per non parlare dei viaggi d’istruzione e d’iniziazione, come quello famoso che portò Goethe in Italia o quelli di Henry Miller e Ernest Hemingway in Francia e in Spagna.
Il mondo nel frattempo si è fatto piccolo e sovraffollato. Non c’è più, si direbbe, il piacere di incontrare, dopo un lungo solitario cammino, un altro essere umano. Si cerca anzi spesso di fuggire i nostri simili, andando a cercare rotte meno battute e paesaggi quasi incontaminati. Di veramente incontaminato non è rimasto ormai quasi niente, perché gli sciami delle «formichine» umane sono arrivati dappertutto.
Ecco che a poco a poco la curiosità e l’entusiasmo si sono come rovesciati nel loro contrario, la diffidenza e il timore. Il desiderio di conoscere altri popoli e altre culture ha lasciato il campo alle aspirazioni alla chiusura e all’isolamento, e a tentazioni di misoneismo che rasentano la misantropia.
Il poeta siriano Adonis ha il coraggio di affermare che «l’islam è fondato su tre punti essenziali. Primo, il profeta Maometto è il sigillo di tutti i profeti. Secondo, le verità tramandate sono di conseguenza le verità ultime. Terzo, l’individuo, o credente, non può aggiungere né modificare nulla. Deve limitarsi a obbedire ai precetti». Ma anche senza squilli di tromba o toni guasconi, per quante altre confessioni si può escludere che si sia visceralmente convinti di qualcosa di simile? Il problema è che la civiltà è una macchina che si alimenta di esplorazioni e novità. Non accetta, non può accettare, chiusure e preclusioni, altrimenti si smarrisce e si perde. E se ci dovessimo smarrire in viaggio, meglio sarebbe stato non essere mai partiti. Perché nell’universo siamo soli, o quasi. Alla ricerca di un fondamento unico e di un senso.
Forse il viaggio può ripartire dall’arte e nell’arte. Mai come oggi possiamo vedere e apprezzare le opere d’arte di tutto il mondo, e leggere poesie e racconti di scrittori di tutte le nazioni, cosa che una volta non era facile, per un difetto di comunicazione e perché i cittadini di molti Stati del mondo non accedevano al grande circo della letteratura, cioè dell’immanente trascendimento dell’umano. E a parte l’apprezzamento letterario, anche così si può soddisfare la nostra curiosità di vicende umane diverse che ci portino a farci «del mondo esperti e de li vizi umani e del valore». Nella grande diversità delle sue espressioni, l’arte declina comunque un paradigma comune, profondamente e autenticamente umano, per esempio nelle architetture delle parti più diverse del mondo, e nel cinema, la decima musa che ha oscurato e allo stesso tempo riassunto tutte le altre, e che è divenuta una pratica moneta di scambio culturale ed esistenziale tra le genti dei quattro angoli del mondo. Cioè tra esseri umani così vicini e a volte così lontani.
Qualcuno parla di un futuro d’innesti, di piccole protesi o di dispositivi tecnologici, sul corpo umano e sulla psiche a quello associata. Forse l’innesto più promettente è quello di uomini con altri uomini, alla ricerca di un qualcosa di sempre più propriamente umano. Questa, e non altra, deve essere la nostra ricerca delle «radici», per non parlare dell’incontro con l’altra metà del cielo, quel femminile che ci deve ancora mostrare la sua autenticità. Antiquam exquìrite matrem , aveva detto l’oracolo di Delo a Enea, prima che quello si mettesse per mare con tutti i suoi alla ricerca di un nuovo ubi consistam . Cercate l’antica madre. Io, alla mia età, da qualche tempo le mie esplorazioni le conduco sui social network, cogliendo al volo immagini di quadri, di sculture, di palazzi e di chiese, scintillanti versi di poesie e brani di musica. E «m’illumino d’immenso».

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Corriere della Sera, “La Lettura”, domenica 3 gennaio 2016

 

Silenzio, musica e “tempo zero”

La musica è solo il suono del silenzio tra una nota e l’altra

di Gustavo Zagrebelsky

Poiché le parole e le espressioni consuete contengono spesso significati profondi, possiamo iniziare riflettendo su che cosa vuol dire: “ho bisogno di silenzio”, o “di un poco di silenzio”. Proprio a noi che amiamo la musica non accade spesso di dire proprio così? Se il silenzio è qualcosa di cui si può avvertire il bisogno, ciò significa che il silenzio non è il nulla, una pura e semplice assenza, ma è qualcosa. Non si può avere bisogno di qualcosa che non c’è. Il silenzio è un’assenza, l’assenza di suoni. Ma non è il nulla. Può essere molte cose. Innanzitutto, i silenzi dell’oppressione e del terrore. Diciamo “silenzio mortale” pensando al silenzio dei cimiteri, al silenzio che cala sul campo di battaglia o sulla fossa comune dopo che i carnefici l’hanno riempita di cadaveri. Nei campi di sterminio nazisti il popolo dell’ascolto ha sperimentato l’angoscia del silenzio di Dio. Šema‘ Isra’el è il suo imperativo: «Fa silenzio e ascolta, Israele» (Dt 27, 9), ma Dio taceva. Montesquieu ha parlato del grande silenzio che cala sulle città assediate nell’imminenza dell’attacco finale. I sopravvissuti della Grande guerra raccontarono, dopo il rumore i canti i lamenti le imprecazioni i cingoli delle macchine da guerra, il silenzio del terrore e della solitudine che precedeva l’ordine d’attacco alle trincee nemiche.

Ma c’è il silenzio che, all’opposto, esalta lo spirito: il silenzio dei grandi mistici, il silenzio della clausura, il silenzio che è terreno fecondo per l’espansione dello spirito. È il silenzio nel quale soltanto si riesce – se ci si riesce a udire la voce divina, qualunque cosa s’intenda per “divino”. Diciamo: stare “in religioso silenzio” e ricordiamo il meraviglioso passo biblico (I Re 19, 11) dove si narra di una teofania: «Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu un sussurro di silenzio leggero. Come l’udì, Elia uscì dalla caverna» e si coprì il capo col mantello, in segno di rispetto. Ecco: si esce dal buio della caverna seguendo non il frastuono, ma la voce che risuona nell’interiorità.
Questo silenzio si apre a un sentimento panico. Penso ai leopardiani «interminati spazi e sovrumani silenzi», dove il tempo si ferma, le morte stagioni si confondono nella presente e viva, il pensier s’annega e dolce è il naufragar. È il silenzio dell’Essere o è il suono dell’Essere che tutto avvolge, e innalza i suoi dettagli particolari in segni e simboli universali. Mario Brunello, che non per caso ama suonare nei grandi silenzi della natura, ha parlato in questi termini del silenzio in cui si percepisce il suono del battito del cuore che fa eco nell’interiorità al battito cosmico: Lied der Erde.
Il silenzio di cui stiamo parlando non è dunque solo uno stato fisico-acustico: è anche, e soprattutto, uno stato d’animo. Fissiamo dunque questo principio: la musica è in rapporto col silenzio e con lo spazio spirituale che da esso nasce e che chiede d’essere colmato. Senza silenzio, non c’è musica. Tutti conoscono la celeberrima composizione-provocazione di John Cage 4’ 33’’, un tempo diviso in tre movimenti, durante il quale nulla succede e i presenti sono invitati ad ascoltare il suono del silenzio: non solo o tanto i suoni che comunque non possono essere eliminati neppure in una camera anecoica, come il suono del sospiro o del battito del cuore, ma il suono del silenzio interiore che chiede d’essere retribuito, confortato.
La prima nota, o la prima frase, hanno un significato particolare. Sono le più delicate e decisi- ve perché sono quelle che c’interpellano dal nostro silenzio. Per esempio: le due semplici note all’ottava, prima la e poi do diesis, nella prima battuta dell’Adagio sostenuto della Sonata op. 106 ( Hammerklavier) di Beethoven hanno la funzione essenziale di determinare lo spazio spirituale di quell’infinita pagina e d’introdurvi l’ascoltatore. Pare che Beethoven abbia aggiunto quella battuta in un secondo momento, come se prima mancasse un ponte per introdurci al seguito. Sono quasi una proposta: se ci state, benissimo; altrimenti non fa per voi. E, infatti, quanti sono quelli che si annoiano, che non entrano in sintonia con quella musica che sembra divagare per venticinque minuti? Non è affatto scontato che ci si faccia prendere. Dipende dal carattere del nostro silenzio con il quale accogliamo quelle semplici note. E può accadere persino allo stesso ascoltatore, che una volta venga rapito e, un’altra volta, respinto. Può essere lo stesso compositore a voler lasciarci nell’incertezza. Ad esempio, il primo movimento della Sinfonia n. 9 di Beethoven si apre con una serie sottovoce e insistente di quinte (re-la) che non si può sapere se anticipano il re minore o il re maggiore (il che, evidentemente, implica una diversa atmosfera spirituale). Chiaro è l’intento di lasciare in sospeso: sarebbe bastato introdurre un fa naturale o un fa diesis per sciogliere l’incertezza, come sarà solo alla diciassettesima battuta. Altro esempio: la celebre sonata per violoncello e pianoforte di Schubert detta
L’arpeggione inizia con una semplice (aggiungo: bellissima) frase in la minore, affidata al solo pianoforte, su cui tutto il primo tempo è costruito. C’è un modo superficiale di eseguirla, frivolo, Biedermeier. Se s’incomincia così, lo spirito dell’intera sonata sarà segnato dalla superficialità. Ma c’è anche un altro modo d’iniziare: far sgorgare quella melodia dalle profondità d’un silenzio assorto e misterioso, con piccoli sprofondamenti nell’assenza di suono in conformità alle pause, come da una regione nascosta, e con piccolissimi allungamenti della durata di certi suoni, come esitazioni. Allora, quelli che, altrimenti, suonano come sentimentalismi o semplici trovate a effetto, diventano tragici abbandoni, singhiozzi, spezzature dell’anima o aperture luminose.
Possiamo fare un esperimento con alcuni incipit delle suite per violoncello solo di Bach. Bisogna non solo ascoltare o ammirare la tecnica del violoncellista, ma dare un senso spirituale, ad esempio, alle volute che si ripetono sulla nota base della Suite n. 1; alla scala discendente che sprofonda in una voragine della
Suite n. 3; al contrario, alle arcate violente che cavano il suono sollevandolo dalla voragine, della Suite n. 5 in do; oppure alla cantilena della Suite n. 6. Se ci rendiamo conto di cose di questo genere, sappiamo leggere la musica radicandola nei nostri silenzi: silenzio dell’esecuzione e silenzio dell’ascolto. Del resto: perché si chiede il silenzio esteriore come condizione per iniziare un’esecuzione, se non per poter fare emergere il silenzio interiore?
Quando la musica si spegne, si riapre lo spazio del silenzio. Ma, il silenzio, per così dire, di arrivo, non è uguale al silenzio di partenza. La musica ha agito su di noi, è nata dal nostro silenzio ma prosegue la sua opera nel nuovo silenzio, quando s’è spenta la sua voce fisica. La musica ha una forza trasformatrice. Come dovrebbero concludersi i concerti? Non tutti allo stesso modo. Dipende dai caratteri della musica e dalla capacità del pubblico di farsi penetrare dalla musica. Certamente, gli applausi liberi o ritmati, i “bravo!”, i battiti di piedi sono giustificati nei tanti casi in cui la musica, come si dice, “chiama all’applauso”, eccitando i sensi e gli spiriti. Ma non sempre deve essere così. Ascoltate il finale del Trio n. 2 (piano, violino e violoncello) di Shostakovich e dite se viene voglia di battere non importa che cosa, invece di stare racchiusi in se stessi in un confronto interiore. Forse, qualcuno conosce la meravigliosa esecuzione del IV e ultimo tempo – Adagio – della
IX Sinfonia di Mahler diretta da Claudio Abbado nell’agosto 2010 a Lucerna. Esauritasi l’ultima nota, tutti, proprio tutti rimasero immobili, concentrati, immersi nel proprio religioso silenzio per quasi due minuti. Era finita l’esecuzione, ma non la musica.

(*) Estratto dell’intervento tenuto all’Università di Bologna in memoria di Pier Ugo Calzolari, rettore dell’Alma Mater dal 2000 al 2009

la Repubblica, 10 dicembre 2015

Mario Brunello: musica e silenzio si alimentano l’una con l’altro

Brunello0001Brunello0002Mario Brunello, Silenzio, il Mulino, Bologna, 2014, pp. 58-59

 

John Cage: silenzio e “tempo zero”

CageJohn Cage, Per gli uccelli. Conversazioni con Daniel Charles, multhipla edizioni, Milano, 1977, pp. 220-221